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Su internet tutti spiati dal 2001 al 2008

image002La privacy? Dice un dirigente dell’autorità garante: “Chiunque tra il 2001 e l’inizio del 2008 abbia usato la rete internet deve sapere che tre tra i maggiori fornitori di accesso del paese (Telecom Italia, Vodafone e H3g) tre compagnie di telecomunicazione, hanno registrato tutto il traffico da mobile di quegli anni. Non tutti lo facevano con la stessa profondità, e lo abbiamo specificato nei nostri provvedimenti del 17 gennaio 2008. Non è nemmeno detto che lo abbiano fatto in modo continuo dal primo all’ultimo giorno. Però quella raccolta di dati avveniva e il pretesto era che bisognava tenersi pronti per rispondere alle richieste dell’autorità giudiziaria. Il punto è che raccogliere i dati personali in quel modo e con quella rozzezza espone gli stessi investigatori ad errori e valutazioni sbagliate”.

Insomma, cari utenti di internet di quegli anni, siete avvertiti: da qualche parte esisteva (e “dovrebbe” non esistere più) un complesso sistema di grossi hard disk sui quali c’erano gli indirizzi (URL) di tutte le nostre pagine internet visitate. “Tutte, ma proprio tutte”. Più le password che immettevate per entrare nella vostra mail, i codici di accesso alla banca (se il sistema non era protetto) e anche sì, la password di quel sito un po’ scollacciato che ogni tanto allieta una vostra serata un po’ uggiosa. Per non parlare di chat e messaggi posta. Tutto era “captivato” e tutto era leggibile.

Ora, dal gennaio del 2008 non lo è più (e sì che resistenze da parte di magistratura e apparati di polizia, perché si continuasse con la rete a strascico, ce ne sono state). Non solo: in Italia è stato anche adottato il sistema dello “Ip univoco” che rappresenta un passo avanti in materia – in Inghilterra, dopo gli attentati del 2005, è successo qualcosa di simile e su scala più ampia.

Domanda: ma quelle informazioni sono poi state davvero distrutte? Questo non lo sa nessuno, ma il funzionario dice che non ha motivo di ritenere che non lo siano state. E il problema della traccia e della completa tracciabilità elettronica delle nostre vite resta, ma non è detto che sia irrisolvibile.

L’ingegner Cosimo Comella è il dirigente dell’Autorità per la protezione dei dati personali che ha detto queste ed altre cose al seminario organizzato a Roma dal “Pasion”, un progetto sulla protezione dei dati finanziato dall’Unione europea proprio nella sede dell’Autorità, con la presenza sia dell’attuale (Francesco Pizzetti) che del primo presidente (Stefano Rodotà). Comella ragiona che il pubblico e i media si indignano o si allarmano per questioni anche superficiali: “Non mi spiego perché il nostro provvedimento del 2008 che mise fine a quella situazione fu sostanzialmente ignorato dai giornali”. Ma qui si apre un capitolo assai grosso: la sensibilità di ognuno di noi al tema “protezione dei dati”, non privacy, come prega di dire il presidente Pizzetti.

Perché siamo forse un paese rassegnato: non solo al traffico, all’evasione fiscale e all’esistenza della mafia. Ma anche all’idea che contro la violazione delle nostre vite non si può fare niente. Risulta da un’indagine di opinione mostrata al workshop. Così guardiamo con rassegnazione al fatto che le aziende, ormai in modo dichiarato, facciano indagini attraverso Google sulle persone che presentano una domanda di assunzione. Lo fanno, non è un mistero. “E’ ormai diventato quasi inutile avere un curriculum” dice il garante Pizzetti, “Quella è solo la nostra versione della nostra vita, poi sarà messa al vaglio di motori e social netwiork”.

Noi italiani siamo rassegnati all’idea che internet sia intercettata e studiata in un modo che ci indignerebbe per qualsiasi altro mezzo. Eppure succede ben altro che l’intercettazione malandrina. E accettiamo in modo supino che la politica pensi e legiferi alla rete senza rendersi conto di cosa sta maneggiando. Pizzetti e Rodotà si esprimono in modo diverso, ma le loro analisi portano esattamente a questo punto: che governi e parlamenti ricorrono a controlli e censure sempre più approfonditi e indiscriminati perché di fatto non conoscono l’oggetto di cui parlano.

Si può far qualcosa per impedire che un datore di lavoro ci studi su Google e scopra che dieci anni fa, dopo una festa di laurea, ci siamo fatti uno spinello? Non si può fare molto. E se la misura – sostiene Rodotà – è solo l’autocensura, ne deriva un danno devastante della libertà personale e di espressione. Perché se sappiamo di essere spiati cambiano anche i nostri pensieri”.

Invece si può fare molto perché la nostra posta non sia spiata, perché le nostre “pagine viste” non siano spiate da chi non deve, perché il nostro comportamento non diventi solo e soltanto il grano che viene macinato nei mulini del “marketing comportamentale” sul quale vengono investiti milioni di dollari ed euro ogni anno.

Si può fare qualcosa e una delle risposte è nel lavoro dei crittografi. La crittografia è una branca della matematica coltivata da pochi, che viene chiamata in causa solo quando si parla di cose militari. Ma che potrebbe – è l’argomento di Giuseppe Bianchi, ingegnere delle telecomunicazioni, docente all’università Roma 2, che lavora in vari progetti Ue – trovare soluzioni concrete ed efficaci: possiamo avere uno “pseudonimo” registrato, che permetta di “mostrare al vigile la patente senza dire il proprio nome”. Si può pensare a messaggi di posta che dopo un certo periodo si autodistruggano scomparendo dalla disponibilità di spioni e ficcanaso. Si può pensare a sistemi che controllino chi scarica abusivamente contenuti coperti da copyright senza frugare nell’attività online della persona. Serve una politica avvertita e colta. E un’opinione pubblica che non dica: “Non c’è niente da fare”.

di VITTORIO ZAMBARDINO, La Repubblica.

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I Grandi Pagliacci su Facebook

aokbarluscaVisto che in Italia in questi giorni non ci sono problemi su cui dibattere, o almeno così fa intendere la classe politica, si parla di facebook, e di quanti sul social network vogliano la morte del Premier.
L’imitazione, superba, di Dario Ballantini del Ministro dell’Interno Maroni (credo sia una imitazione, o almeno lo spero vivamente) ieri in conferenza stampa ha dichiarato che bisogna chiudere quel gruppo e denunciare i 16.000 partecipanti, perchè quel gruppo richiama ad una atmosfera che per fortuna ci siamo lasciati alle spalle (le stragi degli anni ‘80).
Logicamente i primi a prendere le stupidaggini per acqua santa sono stati i fidi cagnolini di partito Feltri e Belpietro, perchè se c’è da tramutare qualche stronzata in notizia loro sono sempre in prima fila.
Si parla di questo gruppo e non di cose serie per sviare l’attenzione della famosa “casalinga di Voghera” su argomenti molto più profondi rispetto al fatto che a casa non ci sono i soldi per mangiare.
Il bello è che quel gruppo è lì da qualche mese, e nessuno se lo è filato fino a due giorni fa.
Il bello è che basta digitare “morto” sulla riga di ricerca di Facebook per trovare gruppi come quelli che vogliono: “Mourinho morto” innumerevoli, “Rivas (il calciatore ex Inter) morto”, “Zucchero morto”, “Renato Zero morto”, “Quaresma morto”, “Corona morto”.
Oppure si può provare a digitare “uccidiamo”, e allora troveremo da uccidere: Mughini, Bassolino, Nedved, Arisa, Loria, Pellegatti, Moccia, Spaccarotella (che è un poliziotto, e non il primo che passa), Hamilton, Burdisso e potrei andare avanti per ore…
Ma allora perchè si parla solo del gruppo su Silvio?!
Perchè al potere ci sono solo pagliacci.

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Anche le Iene non ridono più

230px-Logo-ienedi Peter Gomez, da Il Fatto 18 ottobre 2009

C’erano una volta le Iene, un gruppo di ragazzacci che osava ridere in faccia a Berlusconi, mostrare il razzismo della Lega e sbeffeggiare le leggi ad personam. C’erano, ma non ci sono più.

Oggi la trasmissione diretta da Davide Parenti, coautore con Antonio Ricci degli show-cult degli anni 80, è solo l’ombra del suo passato. È in crisi di ascolti, di creatività.

E, quel che è peggio, è costretta a fermarsi persino davanti a onorevoli di seconda fila, come Gabriella Carlucci.

È successo martedì scorso quando, dopo una serie di telefonate con i vertici Mediaset, non è andato in onda un servizio che raccontava come l’ex conduttrice fosse stata condannata a pagare 10 mila euro di stipendio arretrato alla sua portaborse parlamentare. Stessa sorte era toccata, un mese fa, a un pezzo sull’immigrazione che metteva in imbarazzo il ministro Roberto Maroni.

Per questo, Fedele Confalonieri e Silvio Berlusconi, che fino a ieri citavano le Iene e Enrico Mentana come la prova della libertà di mediaset, oggi parlano d’altro. Le foglie di fico non servono più. Il regime non si nasconde per farsi accettare, ma in televisione mostra il volto peggiore per far paura. I tempi, insomma, sono cambiati. Anche nel 2001 il premier era sotto processo per corruzione. Anche allora c’era un giornalista che pedinava un magistrato considerato nemico del gruppo.

Era la Iena Alessandro Sortino. Ma non seguiva Ilda Boccassini, per mostrare le sue calze o per insinuare che fosse “strana”. Lo faceva per dimostrare che era indifesa e per criticare la scelta del Governo di togliere la scorta a un pm antimafia che aveva osato mettersi contro Berlusconi.

Cose di un altro mondo. Allora i vertici mediaset tolleravano che il solito Sortino inchiodasse il senatore Cirami all’omonima legge ad personam o il ministro Lunardi al suo conflitto d’interessi. Adesso è più probabile vedere una Iena sulla luna che davanti al ministro Angelino Alfano per parlare del suo Lodo. Anche allora Berlusconi inondava l’Italia di propaganda, ma il Trio Medusa osava chiedergli conto del celebre “Presidente operaio”, per poi ridergli in faccia. Anche allora l’onorevole Carlucci ebbe un corpo a corpo con il Trio. Ma quello andò in onda.

Come si è arrivati a questo punto? Per capirlo bisogna ricostruire l’escalation delle censure, partendo dalla prima. Quella subita dal programma nel 2001, quando Marco Tronchetti Provera, per fare un favore a Berlusconi, soffoca nella culla “La 7” che minaccia di danneggiare gli ascolti di Mediaset. Le Iene riprendono Tronchetti mentre balbetta improbabile giustificazioni. Il pezzo però viene fermato. In redazione si mugugna, ma si decide di lasciar correre. Così la situazione peggiora. Tanto che, quattro anni dopo, si arriva a una silenziosa protesta. Quando a essere bloccato è un servizio su Francesco Storace, le Iene si riuniscono a Roma e stipulano una sorta di patto: non diciamo niente, ma questa è l’ultima censura. Era invece l’’inizio della fine.

Oggi il Trio Medusa e Sortino non ci sono più. Alla Iena rossa, nel 2007, i vertici Mediaset avevano cancellato un servizio su Mastella e lui se ne è andato. Confalonieri, infatti, non ha voluto sentir ragioni nonostante che proprio Sortino fosse stato diffamato dal figlio di Mastella con false insinuazioni sulla sua carriera. A Segrate, del resto, Mastella è un intoccabile. Lo sa anche Enrico Lucci che, già prima di Sortino, ha dovuto ingoiare la censura di un pezzo sul medesimo politico. Il perché lo dice la cronaca. Mastella in quei mesi stoppa la legge Gentiloni sulle tv e poi fa cadere il governo Prodi. Una scelta politica, ovviamente. La decisione di un uomo, oggi eurodeputato Pdl, che dice con orgoglio: “Confalonieri? È uno dei miei migliori amici”. E chi trova un amico (di Confalonieri) trova un tesoro. Anche alle Iene.

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Assegnazione Premi IgNobel 2009

Sono stati consegnati venerdi’ ad Harvard alle ricerche scientifiche piu’ bizzarre pubblicate dalle riviste specializzate.
I premi Ig Nobel (letti come “Ignobel”) sono delle versioni umoristiche dei premi Nobel, assegnati ogni anno prima dell’annuncio dei vincitori dei Nobel.
Ogni anno, nel corso di una cerimonia di gala che si tiene nel Sanders Theatre dell’Università di Harvard ed è condotta da veri premi Nobel, vengono assegnati 10 premi ad altrettante ricerche scientifiche “che non possono o non devono essere riprodotte”, sponsorizzati dalla rivista scientifica-umoristica statunitense “Annals of Improbable Research”.
Parliamo dell’edizione 2009 (la diciannovesima), con i pemi assegnati nel corso della cerimonia svoltasi lo scorso giovedì 1° ottobre, e che non ha visto tra i premiati scienziati italiani (a differenza dello scorso anno).
Tutte le informazioni sono tratte dal sito ufficiale della rivista che assegna i premi: alcuni studi sono veramente assurdi, come constaterete da soli. Per chi volesse approfondire gli studi elencati, dopo la motivazione di ciascun premio cito anche l’articolo o la pubblicazione premiata.

PACE
Stephan Bolliger, Steffen Ross, Lars Oesterhelweg, Michael Thali e Beat Kneubuehl dell’Università di Berna (Svizzera), per aver determinato, tramite esperimenti, se sia meglio essere colpiti in testa con una bottiglia piena di birra o con una bottiglia vuota.

MEDICINA VETERINARIA
Catherine Douglas e Peter Rowlinson della Newcastle University (Newcastle-Upon-Tyne, Regno Unit), per aver mostrato che le mucche che hanno un nome forniscono più latte di quelle che non ce l’hanno.

ECONOMIA
I direttori e dirigenti di quattro banche islandesi, Kaupthing Bank, Landsbanki, Glitnir Bank e Central Bank of Iceland, protagoniste del crac che ha portato l’Irlanda alla bancarotta, per aver dimostrato che le piccole banche possono essere rapidamente trasformate in banche gigantesche e viceversa, e per aver dimostrato che comportamenti analoghi possono essere applicati ad un’intera economia nazionale.

MATEMATICA
Gideon Gono, governatore della Reserve Bank dello Zimbabwe, per aver fornito alla gente un modo semplice per avere a che fare con un’ampia gamma di numeri, facendo sì che la sua banca stampasse banconote con denominazioni che vanno da un centesimo (0,01 $) a cento trilioni di dollari (100.000.000.000.000 $).

LETTERATURA
Il servizio di Polizia irlandese (An Garda Siochana), per aver scritto e presentato più di 50 multe al principale indisciplinato automobilista del Paese, Prawo Jazdy, il cui nome in polacco significa “patente di guida”.

MEDICINA
Donald L. Unger, di Thousand Oaks (California, Stati Uniti), per aver indagato su una possibile causa di artrite delle dita, facendosi diligentemente scrocchiare le nocche della sua mano sinistra ogni giorno per più di 60 anni (!), ma non compiendo mai la stessa azione con la mano destra.

FISICA
Katherine K. Whitcome dell’Università di Cincinnati (Stati Uniti), Daniel E. Lieberman della Harvard University (Stati Uniti) e Liza J. Shapiro dell’Università del Texas (Stati Uniti), per aver determinato analiticamente perchè le donne incinte non si ribaltano.

CHIMICA
Javier Morales, Miguel Apátiga e Victor M. Castaño dell’Universidad Nacional Autónoma de México (Messico), per aver creato diamanti dalla tequila.

BIOLOGIA
Fumiaki Taguchi, Song Guofu e Zhang Guanglei della Kitasato University Graduate School of Medical Sciences di Sagamihara (Giappone), per aver dimostrato che i rifiuti della cucina possono essere ridotti di più del 90% in massa utilizzando dei batteri estratti dalle feci dei panda giganti.

SALUTE PUBBLICA
Elena N. Bodnar, Raphael C. Lee e Sandra Marijan di Chicago (Illinois, Stati Uniti), per aver inventato un reggiseno che, in caso di emergenza, può essere velocemente convertito in una coppia di maschere facciali, una per chi indossa il reggiseno ed un’altra da fornire a chi le sta accanto

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Il Tg(?)1

C’è un comitato di redazione in Italia che non riesce neanche a farsi rispettare dal suo direttore (…e che direttore!), è quello del TeleGiornale più importante e seguito del Paese, il Tg1.

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La Settimana di Gramellini

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Il Libro in una Mano, la Bomba nell’Altra

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Gionata Mondiale Senza Tabacco

Il 31 maggio è la Giornata Mondiale Senza Tabacco. Allarmanti sono i dati diffusi dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) riguardo la pericolosità del tabacco: si muore di fumo ogni 6 secondi e si prevede che entro il 2030 i decessi dovuti alla sigaretta saranno oltre 8 milioni all’anno, con una concentrazione dell’80% nei Paesi a basso e medio reddito.
La LILT, da sempre in prima linea nella lotta contro il fumo, è presente nelle maggiori piazze italiane dal 25 al 31 maggio. Nell’occasione viene distribuita una guida sui danni del fumo e come smettere di fumare. Con un piccolo contributo, inoltre, puoi avere gli esclusivi foulard realizzati col patrocinio della Camera Nazionale della Moda e firmati dai più noti stilisti italiani. I fondi raccolti serviranno a sostenere le numerose attività della LILT.

Il video che segue è una piccola dimostrazione di quanto catrame è presente nelle sigarette.

Almeno oggi cerchiamo di non fumare!

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Pagnoncelli, sondaggi e exit poll.

nando-pagnoncelli-interv1“I sondaggi hanno molti limiti, ma innovare e sperimentare nuove soluzioni è difficile”. Pregi e difetti delle indagini demoscopiche nelle parole di Nando Pagnoncelli, tra i più noti sondaggisti italiani e amministratore delegato di Ipsos, in questa intervista a Termometro Politico. In cui spiega il ruolo della televisione nel formare le opinioni degli italiani. Delinea le possibili tendenze sull’affluenza in vista del 6-7 giugno. E dice sì al buio sondaggi in vigore dalla scorsa settimana.

Pagnoncelli, partiamo da una nota dolente. I sondaggi nel 2006 e anche in parte nel 2008 hanno sofferto, dando risultati non corretti. In particolare si è ravvisata una sottostima del centrodestra. Come mai?

«Innanzitutto distinguiamo tra exit poll e sondaggi pre-elettorali. Gli exit poll sono sondaggi all’uscita dei seggi e hanno per questo più visibilità nelle trasmissioni elettorali. Ma credo che lei si riferisca ai sondaggi pre-elettorali, in sostanza nel 2006 c’è stato un pareggio inaspettato e nel 2008 c’è stato un pareggio mancato. In realtà ci sono sia elementi tecnici sia elementi che hanno a che fare con i cambiamenti della società italiana».

 

Quali sono gli elementi tecnici?

«Il primo punto è che gran parte dei sondaggi viene realizzata con il metodo dell’intervista tramite telefono fisso. Deve sapere che i dati Istat ci dicono che il 30% delle famiglie non è presente sugli elenchi del telefono, e questo dato assume dimensioni imponenti in alcune zone del Paese: per esempio in Sicilia e Calabria siamo intorno al 40 per cento. Questo significa che un quarto degli elettori, e quasi metà in alcune regioni, non può essere contattato per fare sondaggi: di conseguenza ignoriamo il suo orientamento di voto. Questa è una prima distorsione della copertura campionaria».

 

Ma se anche riuscite a telefonare, gli intervistati rispondono?

«Eccomi al secondo elemento, che è un po’ a cavallo tra l’aspetto tecnico e quello sociale: il numero di contatti necessari per fare un’intervista. Mi spiego: oggi per fare un’intervista ci vogliono da sei a otto fino a dieci o undici tentativi. Vuol dire che ci sono larghi strati di popolazione che si sottraggono alle interviste. Il tasso di rifiuto aumenta l’autoselezione del campione, che è sempre meno rappresentativo dell’elettorato generale».

 

E questo può valere anche per gli exit poll, benché non siano fatti al telefono.

«Certamente sì: e influiscono diversi fattori, per esempio la consapevolezza dei propri diritti in merito alla privacy, ma anche, nelle rilevazioni telefoniche, l’aumento esponenziale del numero di telefonate commerciali o promozionali che ricevono gli italiani. Per di più spesso nel telemarketing, anche se alla fine si vuole vendere una polizza assicurativa o un abbonamento a una rivista, si esordisce con “posso farle qualche domanda?” che disorienta il destinatario della telefonata e può renderlo più diffidente in generale verso le inchieste telefoniche. Ma poi ci sono altre cause: la politica è sempre meno centrale per gli individui e le decisioni di voto vengono spesso rinviate, c’è una sorta di “elettorato carsico” che riaffiora in prossimità dei giorni immediatamente precedenti le elezioni e che prima non esprime un’intenzione di voto chiara. Poi, tenga conto che ci sono anche molti indecisi effettivamente indecisi, specie se l’offerta politica cambia radicalmente come nel 2008. Insomma, alla luce di tutto questo è un miracolo che i sondaggi abbiano scarti così limitati dalla realtà».

 

Ma scarti limitati possono fare la differenza in una situazione incerta, come nel 2006.

«È vero, ma le dirò due cose. Primo, i sondaggi vengono fatti per essere smentiti. Una campagna elettorale deve servire a cambiare le fotografie che vengono scattate nel corso della marcia di avvicinamento alle elezioni: chi è in ritardo farà il possibile per recuperare, chi è in vantaggio farà il possibile per allungare. Poi, entra in gioco l’aspetto psicologico: più la situazione è incerta più si vuole sapere in anticipo chi vince, ma il paradosso è proprio questo, che più la partita è in bilico più è difficile avere sondaggi precisi».

 

Ha parlato prima dei non rispondenti. Ci sono legami tra il non rispondere ai sondaggi e il profilo socio-demografico, ma c’è anche un legame con la desiderabilità sociale? Senza entrare nei dettagli, alcuni recenti fatti dell’attualità politica potrebbero aver ulteriormente accentuato questo problema riguardo agli elettori del Pdl?

«Sicuramente è così. E aggiungo un altro elemento: il cosiddetto “winner”, cioè la previsione che gli italiani fanno su chi vincerà le elezioni. C’è una relazione molto stretta tra il tasso di accettazione all’intervista e il partito o candidato che l’elettore crede possa vincere o perdere. Se sono un elettore di un partito destinato alla sconfitta difficilmente ammetterò di voler votare per quel partito, ci può essere una sorta di “band wagon” anticipato se sono convinto che una forza vincerà e tendo a rispondere più volentieri al sondaggio. Altro elemento, come lei diceva giustamente ci sono alcune caratterizzazioni socio-demografiche: sono più reticenti le donne, le persone più anziane e meno istruite, quelle che risiedono nei piccoli centri. Se queste fasce di popolazione sono più concentrate in un partito politico tendono a portare a una sottostima del partito politico stesso. Sulla desiderabilità sociale, lei faceva riferimento alle vicende familiari emerse nelle ultime settimane, e probabilmente anche in questo caso può esserci un atteggiamento del genere. Tornando indietro di qualche tempo, io ho visto nettamente questo fatto dopo l’intervento di Berlusconi al convegno di Confindustria a Vicenza nel 2006, poco prima del voto: c’è stata una fase in cui, dopo il secondo faccia a faccia Berlusconi-Prodi, il centrodestra era passato avanti di 0,2. Nei giorni successivi ci fu Vicenza e ci fu una dichiarazione molto forte, che all’epoca fece scalpore, quando Berlusconi usò un epiteto poco gentile verso gli elettori di centrosinistra. Questo suscitò un po’ di vergogna, di ritegno, in una quota degli elettori di centrodestra. E non a caso proprio il sondaggio successivo fece segnare un’inversione di tendenza con l’Unione di nuovo avanti e con un aumento dei non rispondenti tra chi in realtà apparteneva al centrodestra».

 

Visti i limiti dei sondaggi telefonici, lei crede che in futuro potrà esserci un cambiamento, con metodologie diverse, come le interviste via web, il CAWI, o gli sms, per raggiungere i cellulari?

«uQUQQuQualsiasi cambiamento chiama in causa non solo gli istituti di sondaggi, ma anche i clienti e i media. Molti di noi fanno la loro parte, investono nelle sperimentazioni e nell’innovazione: per esempio c’è la possibilità di intervistare campioni di possessori di solo telefono cellulare, con una composizione casuale di stringhe di numeri. Ma tutto ciò determina costi superiori e tempi superiori per effettuare un sondaggio. Basterebbe che i committenti politici (i partiti) o mediatici (i giornali e le tv) non avessero tanta fretta nel disporre dei dati e potremmo per esempio reintervistare le persone che erano momentaneamente impossibilitate a rispondere perché erano fuori casa. E miglioreremmo la bontà dei campioni. Ma quanti sono disponibili a investire in innovazione, ad aumentare i tempi e i costi? È un problema che riguarda il legame tra i sondaggisti e i nostri interlocutori».

 

È uscito ieri un suo libro che si chiama Le opinioni degli italiani. Parlando di formazione delle opinioni, a suo giudizio qual è l’influenza della televisione in Italia, vista la singolare situazione di duopolio Rai-Mediaset?

«La risposta alla domanda implica due aspetti. Il primo è legato alla situazione di monopolio/duopolio e a Mediaset. Dico sempre che Berlusconi, pur con una concentrazione editoriale importante, ha perso due elezioni: non sempre può esserci una relazione diretta tra comportamento di voto ed esposizione alla televisione. Però nella formazione delle opinioni (e non del comportamento) la tv diventa sempre più importante, e qui arriviamo al secondo passaggio. È aumentata l’offerta informativa (reti all news, tg in fasce orarie diversificate, Internet, la free press) ma quotidiani, settimanali e mensili soffrono, siamo su valori analoghi a quelli di vent’anni fa, 5 milioni di copie vendute al giorno escludendo i quotidiani sportivi. Voglio dire che cambia la “dieta mediatica” degli italiani e con essa cambiano le modalità di formazione delle opinioni. Che cosa ci dà la tv? Emozioni, sintesi, ritmo; non ci dà l’approfondimento. Abbiamo sempre più cittadini “informati” e sempre meno cittadini “consapevoli”, le persone tendono a essere suggestionate dagli allarmi sociali – per esempio sul tema della sicurezza o dell’immigrazione – e c’è una divaricazione crescente tra percezione e realtà. Attenzione però: non è con l’elemento razionale che si rovesciano le percezioni. La percezione è quella che comanda, perché è il modo con il quale io rappresento a me stesso la realtà. Quindi posso avere elementi razionali o riscontri empirici che contrastano con le mie percezioni, ma sono queste ultime che guidano i miei comportamenti».

 

Sempre che i riscontri empirici o le statistiche siano poi accettati da tutti.

«Il venir meno della terzietà dei numeri è molto importante, perché cade il riconoscimento da parte dei diversi interlocutori della terzietà dei numeri da cui partire. Questo riguarda tutto: esiste l’extragettito? C’è un buco di bilancio? Sono aumentati i reati? C’è il buco nell’ozono? Al mio numero c’è sempre qualcuno che contrappone un altro numero, e questo vale anche per i sondaggi. Alla radice cognitiva subentra così una radice affettiva o valoriale: mi fido di quel leader non perché le statistiche dicono che i reati siano diminuiti, mi fido perché dice di pensarla come me, oppure perché si occupa del mio bene, o perché mi rappresenta».

 

Non possiamo diffondere i dati dei sondaggi. Ma rispetto al passato potrebbe esserci una disaffezione, un calo dell’affluenza o dell’interesse verso le elezioni del 6-7 giugno?

«Ogni anno diciamo che c’è sempre più disaffezione. In realtà ci sono comunque le amministrative, che rappresentano un po’ un sostegno all’affluenza in vista delle europee. Ecco, senza fare nomi la disaffezione può esserci dalle parti di quelle forze politiche che fanno un po’ fatica a ritrovare sé stesse; chiaro che ci sono situazioni che possono produrre un po’ più di disaffezione ma sappiamo che la radicalizzazione dello scontro che può avvenire in presenza di alcuni temi o vicende può comunque portare più affluenza».

 

Criptico quanto basta. A proposito, che cosa pensa del buio sondaggi che la legge prescrive, in Italia, nei 15 giorni prima di un’elezione?

«È in assoluto la misura più restrittiva che ci sia, insieme a quella vigente in Grecia, e sono completamente favorevole».

 

Non crede che in questo modo si possano alimentare voci o indiscrezioni ancora più dannose rispetto a un sondaggio presentato in modo trasparente?

«Sì, ma difficilmente arriveranno al singolo elettore. Io penso che alla luce del deterioramento dell’immagine dei sondaggi e all’uso strumentale che viene fatto dei sondaggi sia meglio, in assenza di garanzie, stare tutti zitti per quindici giorni. Ne beneficia l’elettore».

 

Resta il problema che è difficile per l’opinione pubblica valutare la correttezza di un sondaggio se questo è stato effettuato due o tre settimane prima del voto.

«Me ne rendo conto, però credo che l’immagine che l’opinione pubblica ha dei sondaggi sia peggiorata nel tempo non per il buio sondaggi o perché hanno avuto capacità previsive più ridotte. Ma perché i cittadini sono stanchi di un sondaggio che viene piegato strumentalmente a interessi di parte. Il sondaggio è un grande strumento di democrazia, deve rimanere super partes e deve consentire ai cittadini e ai committenti di capire la realtà sociale. Insisto, il sondaggio non è uno strumento di previsione. Per questo esistono i cartomanti».

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Vaticano S.p.a.

Spericolate operazioni finanziarie mascherate da opere di carità e fondazioni di beneficenza. La storia raccontata in questo libro è totalmente inedita. Parte da un archivio immenso, custodito in Svizzera e da oggi accessibile a tutti. Circa quattromila documenti. Lettere, relazioni riservate, bilanci, verbali, bonifici. La finanza del Vaticano come non è stata mai raccontata.

Tutto grazie all’archivio di monsignor Renato Dardozzi (1922-2003), tra le figure più importanti nella gestione dello Ior fino alla fine degli anni Novanta. Sembrava una storia conclusa con gli scandali degli anni Ottanta. Con Marcinkus, Sindona e Calvi. Invece tutto ritorna. Dopo la fuoriuscita di Marcinkus dalla Banca del Papa, parte un nuovo e sofisticatissimo sistema di conti cifrati nei quali transitano centinaia di miliardi di lire. L’artefice è monsignor Donato de Bonis. Conti intestati a banchieri, imprenditori, immobiliaristi, politici tuttora di primo piano, compreso Omissis, nome in codice che sta per Giulio Andreotti.

I soldi di Tangentopoli (la maxitangente Enimont) sono passati dalla Banca vaticana: titoli di Stato scambiati per riciclare denaro sporco. Depositi che raccolgono i soldi lasciati dai fedeli per le Sante messe trasferiti in conti personali, con le più abili alchimie finanziarie.

Lo Ior ha funzionato come una banca nella banca. Una vera e propria “lavanderia” nel centro di Roma, utilizzata anche dalla mafia e per spregiudicate avventure politiche. Un paradiso fiscale che non risponde ad alcuna legislazione diversa da quella dello Stato del Vaticano. Tutto in nome di Dio.

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